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Eravamo tutti contadini

Eravamo tutti contadini

Soldati di Langa e Roero alla Grande Guerra 1915-1918

Cartonato con sovraccoperta plastificata a colori, formato cm 17,5x25 pp 160
con inserto fotografico
ISBN 978-88-8068-339-1
 

Estratti



Donato Bosca nei suoi primi due anni da Preside dell’Istituto Scolastico che ad Alba amministra lo storico Liceo «Govone» ha dedicato tempo ed energie al progetto di riordino dell’archivio che documenta e racconta le vicende della più prestigiosa istituzione scolastica della città. Questo impegno e la scoperta che la quasi totalità delle aule scolastiche sono dedicate a giovani combattenti della prima guerra mondiale lo hanno reso consapevole del silenzio «innaturale» che circonda oggi la tragedia della «Grande Guerra».
In questi stessi anni le ultime confidenze della madre hanno fatto riaffiorare il ricordo dei due nonni soldato che erano riusciti a «portare a casa la pelle» (Pasquale Carmine, classe 1899, cavaliere di Vittorio Veneto e Donato Bosca, classe 1881, richiamato al servizio nella compagnia del Genio).
Entrambe le circostanze hanno dato impulso alla ricerca sui soldati contadini di Langa e Roero costretti a sacrificare gli anni d’oro della propria gioventù agli ideali di una Patria che quasi tutti sentivano distante e ostile. Il racconto di quella guerra, l’inutile e insensata carneficina sbandierata per progresso, viene affidato ai memoriali di Andrein Botto, Luigi Ravina, Carla Quilici e G.M., capitano del Genio Aeronautico, agli epistolari di Sabino Traversa, Pantaleo Casassa, Luigi Reina e Ottavio Lazzarini, alle tesi di laurea di Bruno Bruna e Angelo Baudana e a decine di testimonianze che hanno come protagonisti soldati sopravvissuti e i loro familiari. Le voci che Donato Bosca, nel suo mestiere di recuperante della memoria, strappa al silenzio sono voci di lotta con il corpo ferito e con la mente che abbandona le ragioni della speranza. Voci che esprimono un aggrapparsi ostinato alla vita, per quanto questa sia difficile, umiliante e dolorosa.
Ne viene fuori un libro spietato e vibrante che denuncia l’assurdità della guerra con i ragionamenti semplici della gente umile, che redime e condanna con lucidità e pacato sconforto, senza fare sconti. Di questo libro, prima ancora che fosse concepito come progetto editoriale, aveva scritto il giornalista Fabio Felicetti in un articolo pubblicato in terza pagina dal Corriere della Sera venerdì 17 luglio 1992, dando notizia di uno degli epistolari ora parzialmente pubblicato. Questo epistolario è ora custodito nella Casa delle Memorie, sede-museo dell’Associazione Culturale Arvangia a San Donato di Mango, nelle Langhe, e le risposte che i soldati imploravano sul perché di situazioni insensate come quelle che la guerra obbligava a vivere diventano in questo nuovo libro tessuto finissimo e drammaticamente reale, senza soste fra passato e presente.


dall’Introduzione

Tornare a casa sani e salvi «… e niente daltro perché siamo nei giorni non tropo buoni». Era questo il sogno di quasi tutti i soldati che hanno preso parte alla guerra 1915-1918, in particolare dei soldati provenienti dalle campagne della Langa e del Roero che provavano sgomento di fronte al massacro di vite umane e intanto, poco alla volta, scoprivano di essere tutti contadini, da una parte e dall’altra delle barricate, italiani e austriaci, tutti contadini costretti a vivere separati dalla famiglia e dal proprio mondo, con il chiodo fisso del ritorno a una vita normale che non contemplasse la guerra, i combattimenti all’arma bianca, le carneficine per il dominio di pareti rocciose.
Sul filo di una sfilacciata memoria orale ed epistolare con questo mio libro voglio provare a documentare il terribile disincanto dei soldati contadini nati e vissuti nelle Langhe e nel Roero – un esercito di giovani che sapevano obbedire e che di fronte all’autorità, civile, militare e religiosa, erano abituati a tenere la testa bassa – andati a compiere il proprio dovere senza particolare entusiasmo per gli argomenti della propaganda bellica e subito delusi, sfiduciati, convinti che l’ingiustizia degli esoneri, delle licenze, dei sussidi concessi o negati fosse, al pari della guerra, un male ineluttabile che bisognava subire con rassegnazione. La sofferenza di quei giovani nasceva dallo sradicamento rispetto agli ambienti, ai paesi e alle tradizioni nei quali erano cresciuti e dal sentirsi scaraventati in una zona geografica sconosciuta con l’ordine categorico di combattere per una causa e contro un nemico che non conoscevano.
L’eravamo tutti contadini che ricorre in alcune testimonianze è una frase molto evocativa che ci impone di non dimenticare l’immane costo in vite umane pagato dalle famiglie rurali di Langa e Roero nel corso della prima guerra mondiale. Ho trovato in questa espressione molte cose inespresse, come fosse l’urlo disperato di un muto che ha tante cose da dire e non può articolare parole.
«Il primo anno di guerra era stato durissimo – ha scritto Gerardo Unia nel bellissimo volume dedicato a tutti i caduti della provincia di Cuneo nella prima guerra mondiale, sfortunati figli di una terra che di suo già si rivelava matrigna – le terribili condizioni di vita dei soldati, tra fango e pidocchi, caldo e freddo, tifo e colera, cibo e acqua insufficienti, s’erano aggiunte a combattimenti di estrema ferocia, spesso fatti di violentissimi corpo a corpo dove qualunque cosa era utilizzata come arma, mani, coltelli, calci di fucili, picconi, mazze».
Soffrivano per il freddo, i nostri soldati, per il mancato riposo, per il fango, per i piedi ghiacciati, per il trovarsi a respirare gas asfissianti con la ridicola protezione di maschere – le rudimentali Ciamician-Pesci – che non sapevano usare e che finivano per accelerare il soffocamento.
Combattevano battaglie cruente contro difese invalicabili, armi automatiche, trincee e reticolati che le artiglierie italiane non riuscivano a distruggere, si sentivano carne viva contro ferro e fuoco e, a coronamento di tanta fatica, visti morire migliaia di compagni, si ritrovavano sempre nello stesso punto, se non, addirittura, in posizioni ancora più arretrate. Fin dal primo anno la visione della guerra fu subito così disperante e negativa da far nascere in alcuni il desiderio di essere fatti prigionieri per trovare una via di fuga da quello che tutti consideravano un inferno senza uscite. Non solo non sentivano come propria la sbandierata guerra di libertà voluta per gli italiani oppressi dal giogo austriaco, ma erano anche estranei alle declamate virtù eroiche, agli immortali destini della Patria, all’immagine per noi oggi davvero insopportabile «… di un Dio che ha reso l’Italia, tutta l’Italia agli Italiani». Non andare in trincea, evitare la prima linea, piuttosto darsi alla macchia, procurarsi delle ferite, consegnarsi al nemico: questi i pensieri che si insinuarono nella mente di tanti giovani spaventati di fronte alle carneficine cui assistevano e incapaci di descrivere con le parole patimenti e crudeltà provocate da una violenza distruttiva per loro inimmaginabile.
Bruno Bruna, giovane studioso originario di Cortemilia, nella sua tesi di laurea dal titolo Ricerche sulla scrittura popolare nella Prima guerra mondiale: epistolari di soldati cortemiliesi afferma che la religione, intesa in senso vasto, fu uno dei modi più usuali per conferire un senso all’esperienza bellica che molti giovani subirono negli anni della prima guerra mondiale, così inedita e devastante. «È un dato ormai acquisito – scrive Bruna – che durante le guerre si assiste ad un avvicinamento da parte dei soldati a riti e pratiche religiose. Se questo sia dovuto però ad un effettivo aumento del sentimento religioso o sia invece un riflesso della paura e delle superstizioni dei soldati è una questione ampiamente discussa che suscitò da subito grandi polemiche».
La religione contadina, così come la conosco e l’ho vissuta, è una religione semplice, fatta di preghiere, di pellegrinaggi, di reliquie e di grazie ricevute, sempre confinante con quel mondo sommerso, ricco di mistero, di cui mi sono più volte occupato, abitato da masche, spiriti e folletti.
Una frase che mio nonno materno Pasquale Carmine ripeteva sovente era intrisa di pessimismo: «Dio, lassù, non fa attenzione alle preghiere dei soldati, non si ricorda neppure chi le ha recitate». Un giudizio categorico, che non lasciava spazio alla speranza e mi turbava. Io facevo il chierichetto in chiesa e mio nonno, a modo suo, viveva da ateo, era scettico, piuttosto diffidente anche nei confronti dei preti. Eppure anche per lui la religione era stata l’unica sovrastruttura a rimanere immutata, e perciò familiare, nel passaggio dalla propria terra al fronte. Per molti commilitoni di mio nonno la fede religiosa portava conforto e serviva a diminuire il timore della guerra e della morte, attribuendo alla prima un significato di espiazione e alla seconda un segno di avvicinamento a Dio.

Indice
Introduzione

Parte Prima
Paure e meraviglie del Cavaliere di Vittorio Veneto
Idoneo al grado di sergente
I ribelli
Avevamo una fame da Dio
Era buio e ognuno pensava solo a scappare
Poi ho pisciato nella stanza
Era tutto un disastro
Nessuno voleva compromettersi
All’assalto all’arma bianca
Doveva andare in guerra e si è avvelenato
Vincere era un’altra cosa
La famiglia come patria
Sebastiano e la giovinezza sprecata
La guerra con la coda lunga
Fatto inabile alle fatiche di guerra
L’ondata dei ricordi
Mio padre insegnava a guarire le malattie
Appartenenza e radicamento
Nascondere tutti i morti
Cimitero di noi soldà
La violenza che spaventa e atterrisce
Tornare a casa
Gli austriaci sono venuti a buttar confetti
Misera valle di lagrime
Siamo in piena pace
La neve non si può più misurare
Procedevano a ondate compatte
Una notte ecco l’allarme
Un rancio speciale
Vivo, malato o morto
Eravamo tutti contadini
Affrettare l’ora della vittoria
Un oceano di sangue
Cartone per suola di scarpe
C’era gente che rubava l’uva
Ero soltanto più 45 chili
Mai che ci siamo lamentati
Abbiamo detto dei rosari per quindici giorni di fila
Parlavo ad un «matot» che era in guerra
Lui in basso e loro di sopra a sparare. Si capisce che è morto
Brodo di topo e cuore di rondine
Portare la capra
Lancio di sassi e vetri infranti
Ci penso giorni e notte
Strade affollate di fuggiaschi
Medaglie al valor militare
La nostra migliore gioventù
Quattro pastiglie di chinino e un po’ di paglia
Cento lire di indennità
Elenco parziale e puramente indicativo dei militari caduti nella guerra nazionale
1915-1918 residenti a Mango e in altri paesi di Langa e Roero.

Album

Parte Seconda

Appendice documentaria

La guerra di Ottavio

Diario di prigionia

Considerazioni conclusive

Bibliografia
 
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