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Becana vita sana

Becana vita sana

testimonianze e osservazioni sulla vita di ieri nell’«altro» Canavese

Cartonato con sovraccoperta rigida plastificata a colori, 296 pagine, formato cm 17,5x25  con più di 180 illustrazioni in bianco e nero,con allegato CD musicale
ISBN 978-88-8068-312-4
Con cd musicale con 13 brani interpretati dal Coro Bajolese

 

Recensioni

  • Torino Sette
    Becana vita sana
    Torna in veste nuova un libro (oggi con compact disc allegato) di trent'anni orsono. Nel momento del grande cambiamento degli anni Settanta, si trattava di registrare dalla viva voce la percezione di un diretto coinvolgimento. Il titolo si spiega con il fatto che «becana» è la bicicletta. Ma di lì discendono tutte le testimonianze (e le molte immagini) che sono state qui raccolte. Impiegati, contadini, margari, muratori, sarte, casalinghe, tessitrici, operai e operai-contadini, commercianti, artigiani, seggiolai, camerieri. L'attività di lavoro (dai viticoltori di Cesnola ai fornaciai di Lessolo, dai mugnai di Càlea ai ramai di Alpette, dai margari di Canischio ai seggiolai di Azeglio), l'emigrazione, la vita associativa, la banda musicale, le rappresentazioni «teatrali», i racconti serali, il carnevale, le società sportive, i coscritti. Si tratta di un lavoro prezioso di raccolta di dati che riguardano il Canavese, ma che possono costituire - giusta l'idea di riproporlo - un buon modello per altri luoghi e altre società.

Estratti



Becana, Vita Sana: ovvero bicicletta, vita sana: ovvero prendi e pedala. Così cantava nei lontani anni Sessanta un noto cantautore dialettale piemontese. Così era – in molti casi – la vita di molti, moltissimi, prima del fatidico ’68. Quel senso di libertà che il pedalare ha oggi assunto (senso di svago, di tempo libero), certo non corrisponde alla vita dura dei primi sessant’anni del secolo scorso, e oltre.
Le interviste raccolte da Amerigo Vigliermo, dal Coro Bajolese e dal Centro Etnologico Canavesano nei primi anni Settanta, rappresentano oggi – a trent’anni dalla prima pubblicazione di Becana – una testimonianza che, nella sua ormai evidente storicità, ci restituisce uno spaccato di vita vera, di vita reale, tra mondo operaio e mondo contadino, che in Canavese ha dall’inizio del XX secolo rappresentato le facce della stessa medaglia.
Traspare un mondo che rifiuta la perdita di valori atavici e universali (amicizia, solidarietà, mutuo soccorso, vita associativa), ma che è anche proiettato verso un futuro che si annuncia in progress, pieno di fattività, di crescita, di speranza.
Trent’anni sono passati. Il futuro è ormai il presente. Ed è quello che è. Ma i valori di cui sopra resistono. Con caparbietà, forse. Utopia. Chissà! La lettura – rilettura – di questo libro è oggi fondamentale. Ci mostra le molte radici della nostra cultura, del nostro essere stati.
Non è poco.

L’Editore, giugno 2006


Per la stesura di queste pagine il metodo adottato è stato quello della trascrizione integrale delle testimonianze raccolte col magnetofono dalla viva voce della gente canavesana.
Pertanto in esse è racchiuso il pensiero degli intervistati, così come si può cogliere nelle pacate chiacchierate condotte nel clima disteso di un incontro amichevole, piuttosto che durante una intervista formale.
Racconti, fatti, date, nomi e soprannomi, situazioni e condizioni ambientali emergono dalla memoria dei nostri collaboratori, per formare un quadro necessariamente soggettivo, ma non per questo meno vero, della realtà del tempo trascorso. Anzi, dato che gli argomenti, forse perché di «umile origine popolare», non sono quasi mai stati considerati degni di comparire nelle «storie ufficiali» dei vari paesi, queste testimonianze costituiscono l’unico riferimento per risalire all’origine della nostra stessa cultura.
Ed ecco Becana, la prima, coraggiosa esposizione antologica dedicata alla Vita, prima ancora che alla Cultura della Gente Canavesana, che ci ha fatto guadagnare la pole position nella corsa alla scoperta e alla valorizzazione delle nostre radici.



I CANTI DI BECANA
1. Buna sëirà Martina (3.08)
La serenata canavesana che i ragazzi di Brosso andavano a cantare alle ragazze intente a cucire e ricamare di sera, al tepore della stalla, guardate a vista da genitori e parenti. Domande dall’esterno e risposte dall’interno fino al sospirato permesso di entrare. Un gioco, una gara, un approccio amoroso.
Cantato da Osvaldo Trono, operaio, raccolto da A. Vigliermo nel 1971.

2. O, Maria… (6.13)
Canto narrativo, la storia di un avvelenamento… sventato dal bimbo ancora nella culla. Costantino Nigra ne ha fatto un mito, tentando di collegarlo con fatti storicamente avvenuti.
Cantato da Leontina Costanzo, ex mondariso, di Casale Popolo, raccolto da M. Martinotti nel 1982.

3. Il genovese (6.11)
Canto narrativo, uno dei pochi a lieto fine.
Cantato da Margherita Revello Defat contadina di Castelnuovo Nigra, raccolto da A. Vigliermo nel 1974.

4. O, bundì cui sapadur (5.33)
Canto narrativo che veniva rappresentato, un’azione drammatica spontanea che i cantori di Loranzè portavano di sera nelle case e nelle stalle. Con l’aiuto di una sedia ornata di rami sempre verdi (La cadrega fiurìja) nascondevano la ragazza, che il Galant eleggerà a reginetta della festa, padruna dël Castel e Regina d’Ungheria.
Cantato da Ettore Milanesio, operaio contadino, raccolto da A. Vigliermo nel 1988.

5. La Morra e la Cansun büsiarda (4.37)
Un gioco che generava risse furibonde, a causa di trucchi e furbizie reciproche dei contendenti, tanto che era proibito nei locali pubblici.
La Cansun büsiarda era il tipico canto del tempo carnevalesco dove si poteva mettere alla berlina autorità e personaggi in altre epoche dell’anno intoccabili.
Cantato dai cantori di Cesnola, raccolto da A. Vigliermo nel 1974.

6. L’urasiun di Gesü Crist (La pasiun) (2.00)
Canto della settimana santa, eseguito in chiesa dagli alpettesi, riuniti in preghiera.
Cantato da Battista Goglio detto Tech, contadino, di Alpette Nero, raccolto da A. Vigliermo nel 1973.

7. Le tre ave Marie (2.40)
Il canto della Maddalena pentita.
Cantato da Battista Goglio detto Tech, contadino, di Alpette Nero, raccolto da A. Vigliermo nel 1973.

8. La caserma degl’inglesi (3.19)
Napoleone l’inventore della coscrizione. All’epoca un metodo innovativo per alimentare gli eserciti che dovevano conquistare il mondo. Condannato dalla gente a fare il ciabattino.
Cantato da Guido Camosso, contadino-muratore di Rueglio, raccolto da A. Vigliermo nel 1974.

9. Il Sirio (2.58)
La tragedia del Sirio, dell’affondamento del piroscafo carico di emigranti italiani, avvenuto nel 1906.
Cantato da Tino Raga, contadino di Quassolo, registrato da A. Vigliermo nel 1971.

10. Al lampo delle mine (4.03)
I coraggiosi minatori del Gottardo con i loro grandi sacrifici.
Portato al Coro Bajolese da Luigi Zani, generoso compagno di canto prematuramente scomparso.

11. Sü cantuma (5.41)
La cantata operaia dei lavoratori torinesi d’inizio Novecento.
Raccolta da E. Jona e S. Liberovici.

12. Mi sovvien (2.38)
Le parole delle ragazze di Brosso e la melodia del Coro russo, unite da Marco Aichino, voce del Coro Bajolese.

13. Casina sola (2.46)
Forse la più suggestiva melodia raccolta in tanti anni di ricerche. Con la limpida voce di Norma torna all’antica consuetudine, come raccontava Guido Camosso: un messaggio d’amore che una ragazza affidava al vento, affinché lo portasse al suo innamorato per dirgli che lei era sola e lo stava aspettando.
Cantato da Guido Camosso, contadino-muratore, di Rueglio, raccolto da A. Vigliermo nel 1972.

Durata totale: 52.36

Registrazioni del Coro Bajolese presso il Centro Etnologico Canavesano – marzo 2006.
 
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